A fine Luglio il Disegno Brutto è stato ospite in Val Camonica de “La grammatica delle figure” organizzata dall’associazione Spicca.
La Val Camonica è famosa in tutto il mondo per il suo patrimonio incredibile di segni rupestri che mostrano come per 6000 anni in questi boschi alpini, le grandi rocce lisce siano state usate come grandi supporti su cui incidere migliaia di disegni.
La rassegna vuole creare un percorso di ricerca sui segni rupestri e il loro rapporto con la cultura visiva contemporanea; in quest’anno di limitazioni e di mascherine, si è trasformata in un piccolo festival in cammino, fatto di quattro camminate nei parchi dell’arte rupestre in compagnia di quattro autori o illustratori e di quattro libri editi da Topipittori, Orecchio Acerbo, Terre di Mezzo e Corraini edizioni.
Quello che segue è il racconto della giornata in cui il Disegno Brutto ha incontrato i segni dei nostri antenati nel parco di Seradina-Bedolina (parte delle foto e il video sono stati realizzati da Antonella Carnicelli di Terre di Mezzo Editore).

 

 

“Se accettiamo che il disegno sia da sempre un’attività svolta dall’essere umano, la spettacolare ridda di segni che si snoda tra le rupi e i prati della Val Camonica ne è la testimonianza lampante.
Mentre si sviluppavano le prime scritture, molti popoli, come quelli che abitavano la Val Camonica, affinavano una cultura in cui il pensiero visivo era fondamentale per trasmettere saperi e per costruire la comunità.
Per la loro natura particolare, ho sempre creduto che le incisioni della Val Camonica fossero, più che un salto logico, una specie di tramite magico tra il mondo lontanissimo della cosiddetta preistoria e quello più conosciuto delle antiche civiltà: l’intelligenza e la creatività che si nascondono dietro la creazione di segni, simboli e rappresentazioni tanto peculiari mi ha sempre affascinato.

 

Sembra non esserci consequenzialità tra il mondo delle incredibili pitture parietali delle grotte francesi e spagnole e la stilizzazione brutale, essenziale, quasi infantile di queste incisioni. Tra i leoni incredibilmente realistici di Chauvet e gli esseri stecchiformi di questa valle passano trentamila anni (a seconda dei calcoli che si vogliono fare). È un tempo immenso, in cui tutto può essere dimenticato e può ricominciare, magari in modo completamente diverso. Il concetto di progresso e di evoluzione del pensiero umano, assolutamente non credibile nella sua prepotenza rispetto all’evidenza dei ritrovamenti, in casi come questi viene messo fortemente in dubbio: com’è possibile che uomini e donne del Paleolitico dipingessero con quell’abilità che migliaia di anni dopo sembra essersi persa?
Sono semplicemente il risultato di culture tanto diverse oppure era la preistoria ad essere ben diversa da come l’abbiamo studiata sui libri?

I dubbi aprono le rocce e creano pertugi neri vertiginosi, fanno girare la testa e il rischio è di caderci dentro e perdere il senso.

 

 

Avevo studiato sui libri i segni degli antichi Camuni e quel linguaggio visivo arcaico ha influenzato il modo con cui ho pensato, preparato e sviluppato, anni fa, il mio progetto del Disegno Brutto.
Perciò, quando Elena Turetti dell’associazione Spicca mi ha proposto questa esperienza mi sono subito dato disponibile perché volevo far disegnare a degli esseri umani contemporanei, razionali, moderni, digitali, qualcosa che potesse metterli in stretto rapporto con quel mondo ancestrale, in cui i cervi saltano sulle rocce e i cacciatori si muovono intorno a misteriosi labirinti.

 

Le foto delle incisioni sono tratte dal sito del parco archeologico di Seradina-Bedolina

 

 

L’obiettivo di questo workshop errante era di camminare seguendo il percorso suggerito, disegnando le figure che più ci colpivano. Il giorno precedente, seguendo la camminata guidata da Scarabottolo e da Giusi Quarenghi avevo soprattutto fotografato le incisioni per catalogarle, averle in memoria, per vederle e usarle poi. Non avevo disegnato.

Avevo avuto la conferma che quei disegni si possono capire solo provando a ridisegnarli, toccandoli, percorrendoli con le dita, contando i buchi, seguendo le tracce (essendo incisi sorge il dubbio che abbiano avuto una funzione tattile oltre che visibile…).

Soltanto così si può intuire quanto la stilizzazione sia un difficile processo di economia e di astrazione che passa per forza da una consapevolezza di complessità, o meglio, è il risultato ultimo, e più immaginifico, di un procedere verso la rappresentazione della complessità.
Il processo lo si può sintetizzare così: da semplice il disegno si fa complesso, mentre cerca di rappresentare la realtà come la vediamo, e si fa sempre più complesso, finché la mente, sovraccarica, non ha bisogno di astrarsi per poter ricomporre la visione da una certa distanza e quindi comprendere meglio ciò che sta disegnando.
In quel momento di comprensione della complessità, la stilizzazione può diventare la modalità più adatta di rappresentare l’essenza delle cose, lo schema che sta sotto, la struttura che abbiamo compreso; da lì, quella visione si può espandere grazie all’immaginazione e descrivere il resto del mondo invisibile ma percettibile, fino a spingere le figure a farsi probabilità di una realtà sottile e ultrasensibile.
Insomma, il processo di stilizzazione non è cosa da bambini…

 

 

 

I Camuni, con la loro apparente semplicità, ci trasportano verso un mondo fatto di magia e di immaginazione potente. Prova finale ne è la spettacolare “Mappa” di Bedolina, ultima pietra del nostro percorso, che fuoriesce obliqua dalla rupe erbosa come il dorso di una balena incastratasi in queste valli migliaia di anni fa, con il suo patrimonio misterioso di tatuaggi incisi sulla pelle grigia.
Quella intricata rappresentazione, facilmente fraintendibile da noi uomini moderni come il disegno di un territorio (quindi una mappa topografica), non sembra invece raffigurare una complessa struttura di pensiero, una specie di mappa mentale da percorrere in chissà quale direzione?

 

È forse la precisa rappresentazione di un rito, di un racconto, di una attività collettiva?
Non lo sapremo mai.
E rimaniamo basiti di fronte a quella inattesa complessità visiva.

Quando alla fine della mattinata siamo tornati indietro, sudati e sporchi, carichi di fogli disegnati, non eravamo più gli stessi esseri umani che avevano iniziato la camminata, partiti con il loro bagaglio di certezze, con la loro idea di progresso, di evoluzione e di fiducia nel futuro.
Siamo tornati dubbiosi, con l’impressione che il tempo trascorso dall’epoca delle incisioni ad oggi, non sia stato una linea continua che sale progressivamente, quanto probabilmente un inseguirsi ed un incrociarsi di sentieri, per lo più andati perduti.
E il futuro mi è sembrato diverso.
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