In genere, la maggior parte delle persone crede che il disegno sia una forma di talento. In pochi credono che si una forma di intelligenza, che abbia a che fare con il pensiero, l’apprendimento, la comprensione, la percezione.
Ogni fatto artistico viene relegato ad un ambito onirico o emozionale, o, peggio ancora, che afferisce alle sensazioni: quindi impalpabile, fuori dal mondo, irreale più che surreale.
E così occupare il tempo con attività “artistiche” o poetiche, anche solo per poche ore, viene percepito soltanto come un atto di fuga dalla realtà, un diversivo, una parentesi piacevole (come un massaggio, una vacanza, una cena, un concerto).
Non solo: molti temono e non amano neanche per pochi minuti diventare un’artista, perché farlo significa entrare in un mondo non-razionale, una terra incognita in cui ci si può perdere. E molti non considerano questo vagare in territori altri, un’azione vincente, proficua, produttiva, remunerativa, ma un’esperienza da evitare, una profondità da non affrontare.

Rimanere comodi invece di esplorare.

Quando si lavora sul pensiero visivo si ha a che fare anche con questi preconcetti, ben radicati. D’altronde anche la scuola pubblica prosegue nel suo percorso quasi immutabile di insegnamento e potenziamento delle facoltà logico-matematiche e linguistiche, senza considerare altri modi di pensare, di imparare, di sviluppare il pensiero.
Negli anni Ottanta, gli studi del professor Howard Gardner danno uno scossone a questi preconcetti: la tesi è che non ci sia soltanto un’intelligenza, ma che ce ne siano addirittura 8. Una di queste è quella “Spaziale”. Da quel momento, gli studi su processo creativo, percezione visiva e pensiero trovano un luogo dove incontrarsi e di lì a poco nascerà la notazione di “intelligenza visiva”, legata alla capacità di immaginazione e a quello che viene definito “l’occhio della mente”.

Dunque la capacità di immaginare è un’intelligenza e come tale tutti possiamo usarla e svilupparla. La usiamo continuamente per visualizzare cioè per creare immagini nella nostra mente, magari per immaginarci il futuro o per ricordare il passato. Purtroppo questa capacità si affievolisce man mano che procediamo nel percorso scolastico, perché subentra un pensiero sequenziale, logico, linguistico che trova la sua massima applicazione in due sistemi di simboli, complicati e non intuitivi: alfabeto e numeri.
Da quel momento in poi, dagli 8 anni circa, le immagini della mente si affievoliscono, il suo “occhio” perde diottrie, tutto si astrae e si lega a voci, parole.

 

Ci sono pochi modi per tenere vivo quell’occhio della mente: leggere qualcosa che ci faccia immaginare molto, che ci restituisca immagini insomma. Narrativa, poesia oppure ascoltare canzoni (o audio in generale) che abbiano dei testi che ci aiutino a vedere immagini nella nostra mente.
Molta musica classica era fatta per questo scopo: ascoltando “Le quattro stagioni” di Vivaldi dovremmo immaginarci il ciclo delle stagioni con le sue condizioni atmosferiche, i suoi paesaggi, le reazioni della natura, ma non sapendo più “leggere” e comprendere quel tipo di musica non riusciamo più a creare immagini attraverso quell’ascolto.

Un fantastico strumento che abbiamo a disposizione – ma non usiamo molto – per aiutarci a creare immagini è il disegno.
Non la fotografia che è creazione passiva, a meno che non la si usi in modo creativo o peculiare, con senso artistico. Nemmeno la televisione o il cinema perché si sostituiscono alla nostra immaginazione: non siamo più creatori di immagini, ma fruitori e come tali le accumuliamo, in un disperato accatastarsi disordinato che le rende poi inutilizzabili. Restano incastrate nelle nostra memoria sequenze di film che si mescolano ai ricordi, ai sogni, alle cose immaginate. Possiamo soltanto citarle così come sono, difficilmente ci aiutano a dare vita a nuove sequenze. E tanto più fruiamo di televisione e cinema, tanto meno spazio diamo alla creazione di immagini che vengono dalla nostra esperienza (ricordi) o dalla nostra immaginazione (speculazioni, sogni, visioni, progetti, idee). Anzi si sovrappongono all’esperienza, fino a confonderci le idee, portandoci a delle sensazioni di Deja Vù: abbiamo già vissuto questa scena o ce la ricordiamo da un film? E poi, di applicare quelle sequenze visive come modelli per i nostri comportamenti: un esempio è abbracciarci correndoci incontro in stazione come abbiamo visto fare in tanti film.

Il disegno invece può aiutarci perché è un atto creativo e personale, in cui siamo costretti ad utilizzare noi stessi, i nostri propri mezzi per ottenere un risultato: tracciare dei segni. Saper riportare su carta, anche solo in parte, ciò che immaginiamo è un esercizio fantastico: fissa i pensieri, li rivela e soprattutto svuota la mente (come la memoria Cache del computer) per permettergli di fare spazio a qualcosa di nuovo.
Essendo fortemente personale, sia per pensiero che per caratteristiche fisiche (anatomia della mano, meccanica del tracciare segni, etc.), riesce ad essere spesso originale, unico, riconoscibile.

Un ultimo vantaggio che si può attribuire al disegno è la sua capacità di creare uno spazio in cui poter creare in modo non-intenzionale, cioè di entrare in uno stato di flusso, di ispirazione, di irrazionalità e di vedere cosa succede. Tracciare segni non comporta nessun rischio e può permetterci di sfruttare gli errori e coglierne le opportunità, di rovesciare i significati, di rendere visibile l’invisibile.

Il disegno può, in definitiva, allenarci al cambiamento ed essere un grande strumento di trasformazione dei nostri abiti mentali.


Questo testo introduce e cerca di spiegare su che basi sono costruiti i corsi di Disegno Brutto, soprattutto nella versione Visual Thinking, più orientata ad usare il disegno per visualizzare e supportare il pensiero.
Per sapere quando e dove ci sarà un corso di Visual Thinking con approccio Disegno Brutto, si può controllare il calendario dei corsi.