“È disperato chi non disegna, 
perché l’infanzia pareva fatta di matite e pennarelli e mani sporche,
di meduse disegnate nella sabbia antistante alla battigia,
prima di sera, per vedere il mare se al mattino le ha cancellate o lasciate sopravvivere.
E disegnando capire la nostra impermanenza, la carta velina di cui siamo fatti.
È disperato chi non disegna più,
perché non lasciando tracce si sente condannato all’oblìo.

Disegnare è tracciare vie e ricordarle e percorrerle,
padroni del proprio cammino.
Smettere di disegnare significa lasciare che
la via si tracci da sé o la traccino altri:
allora la si percorre come in discesa, senza possibilità di fermarsi,
nessun ramo a cui aggrapparsi.
È disperato chi non disegna perché vorrebbe farlo
ma ha perso l’uso di quell’arto che finisce con una punta o con un pennello,
quell’arto che sapeva ciò che la mente immagina, e anche di più.
E mozzo è il dito, il sesto, quello che si agguantava
per fermare i pensieri e dare forma all’immaginazione.,
Il dito con cui si può instillare vita disegnando sulla fronte del Golem.
Perché creare è dare vita.

Allora questo corso è un corso di recupero,
motivato da un disperato bisogno di tornare a tracciare
per essere certi che qualcosa resterà. 
Il giudizio che ci ha fatto diventare adulti sarà solo il fischio
di un treno che lascerà per sempre la stazione in cui siamo dimorati,
senza ricordarsi che là fuori ci sono dei binari, infiniti, paralleli e che a seguirli si arriva sempre ad un’altra stazione.
Disegnare tracciando linee è viaggiare su quei binari e scoprire dove portano.

Se siete disperati perché non sapete come fare,
questa è la più grande delle opportunità.
Approfittate di questa disperazione, che poi magari non tornerà più

e ve ne pentirete: non sapere come fare può solo portarvi sulla strada della conoscenza,
non potrete far altro che crescere e incamminarvi.
Perché il niente è un grande risultato
e ogni vuoto potrà essere colmato”

Queste le parole con cui ho introdotto il corso al Festival della Disperazione, un festival in fondo letterario, fatto di scrittori, narratori, divulgatori e ho adattato il Disegno Brutto a questa letterarietà, leggendo questo breve testo come introduzione al corso.

Per la prima volta il Disegno Brutto è arrivato così a Sud: Andria, circondata dalla terra ridente da Normanni, ha un cuore di città sgarrupato, tutto un intrico di stradine e pietra bianca, scalette e portali. La biblioteca di Andria si è prestata con gentilezza all’assalto di più di 20 non disegnatori di mezza Puglia e anche di più.

Quel che resta è la sensazione di poter aprire piccoli squarci là dove non c’erano anche in sole 3 ore di corso: le vie che si tracciano, come i segni che sgorgano dalle penne, sono molteplici e imprevedibili e basta davvero trovare il modo di restituire fiducia a dei disperati non-disegnatori per far tornare a vivere le loro penne. E con loro, risvegliare l’occhio della mente, la visione, l’immaginazione, la fantasia, che troppo spesso si assopiscono in sonni lunghissimi, storditi dalla quotidianità ripetitiva delle nostre vite.

Viva la disperazione, quando è gialla e la si può abbattere a suon di segni e di risate.