Di tutte le cose che possiamo fare, Niente è la più difficile.
È difficile, ad esempio, riuscire a non respirare, a non muoversi, a non pensare: la nostra fisiologia è fatta in modo che le nostre particelle più piccole siano sempre attive, in una sorta di moto perpetuo.
Osservando il mondo sembra poi che tutto sia in continuo agire, divenire, trasformarsi: la stasi è solo apparente.

Inseguire il Niente diviene quindi una ricerca ai limiti dell’impossibile: se proviamo a immaginare di cantare senza sapere cosa, senza pronunciare parole conosciute, seguendo la prima melodia che ci viene in mente e poi la trasformiamo, a rischio della disarmonia, della stonatura, della ripetizione, si giungerà in quella terra incognita tra il sano e l’insano, tra il benessere e il malessere che non ha confini definiti e viene spolverata da un fastidioso e continuo vento che butta sabbia negli occhi e rende la visione incerta.
Possiamo provare ad inseguire il Niente disegnando.
Per farlo, si deve disegnare qualcosa che non sappiamo – qualcosa che non sappiamo di volere né di sapere, qualcosa che forse è nella nostra memoria forse in quella di un altro – e lasciare andare la mano, seguire il percorso che traccia, in silenzio, senza interventi.
Per farlo, non si disegna con gli occhi o, meglio, non si permette allo sguardo di giudicare. Non c’è nemmeno bisogno di usare l’immaginazione, perché è la mano a sapere quel che fa.
Disegnando in questo modo, stiamo forse creando qualcosa che nessuno conosce. Nemmeno noi che ne siamo gli autori.
Attraversando questa terra incognita di esplorazione, in cui l’intuito e l’irrazionalità sembrano guidarci, ci poniamo un sacco di domande:
stiamo scarabocchiando o disegnando?
Siamo sani o malati? (Quanta paura ci fa questa domanda?, di cui temiamo una delle due risposte, che diverrebbe una sentenza inaspettata, con le guardie che ci svegliano per condurci nelle prigioni del Castello kafkiano).

Guardiamo adesso il nostro disegno – che concluderemo ad un certo punto, quando capiremo che l’azione è compiuta – e cerchiamo di trovarci un senso.



Non ne ha.
Allora cerchiamo analogie con ciò che conosciamo; grazie a dio, qualcosa sembra apparire dalle nebbie profonde della nostra immaginazione, come il ricordo improvviso di un sogno mattutino mentre inzuppiamo un biscotto nel caffelatte.
Ma è un’apparizione fantasmatica e poco più. Troppo veloce e incerta per essere memorizzata, eppure abbastanza potente da fermare ogni altro pensiero e far indugiare il cuore.
Il nostro disegno insensato sembra uno scarabocchio di bambino, ma intuiamo che è qualcosa di più di un’azione meccanica del corpo, della traccia di un impulso o di una sensazione: sembra nascondere, nel suo intricato sviluppo di linee curve e dritte, di intersezioni accidentali e di anse bellissime, un significato più profondo. Sembra accennare ad un’intenzione che non credevamo di aver avuto.
Come se una parte di noi agisse senza di noi.
O meglio, come se fossimo riusciti a sfuggire al controllo della mente e avessimo pescato direttamente nell’inconscio.
Non credevamo di essere capaci di tanto (o di poco).
Non credevamo di essere capaci del Niente. E che il Niente (l’insensato, l’irrazionale, il disarmonico, l’istintivo, l’intuitivo, etc.) ci gratificasse così tanto.
Scopriamo che inseguire il Niente ci rende felici. Di una felicità diversa rispetto allo svolgere i compiti quotidiani. C’è quel senso di stupore e di meraviglia di quando le avventure iniziano. Siamo, ogni volta che inseguiamo il Niente, esploratori che scopriranno qualcosa di nuovo e impensato. Comprendiamo che scoprire, rivelare, portare alla luce è quello che facciamo e non ci preoccupa più la nostra autorialità (e quindi la creatività e l’originalità che ci fanno sentire unici): ciò che scopriamo esisteva già, ma bisogna grattar via quel velo opaco posatosi dopo anni di abitudini, razionalità, progetti, dopo anni di sensatezza.

Il disegno è lo strumento adatto per esplorare quei territori impervi che si celano al di sotto (o al di sopra) del nostro conoscere quotidiano, delle azioni ripetute, dei pensieri soliti, dei ricordi e delle percezioni, della gestione del tempo, dell’organizzazione, delle finalità e dei risultati, della nostra soglia di attenzione.
Si deve imparare a guardare dentro la sfarfallante sfocatura delle cose, come si fa quando in inverno ci coglie il crepuscolo in un parco cittadino, quando ciò che sale dalla terra umida si unisce con il telo della notte e rende tutto incerto e la nostra vista, per poco tempo, presbite.
Lì dove le cose sfarfallano e si disintegrano, tutto si rigenera e acquisisce un senso diverso e possibilità ulteriori.

È in quella sfocatura che si cela l’Inutile che tanto ci inquieta.
È in quel pertugio, al riparo dalla razionalità, che si insegue il Niente che mai si fa afferrare.
E disegnarlo è un modo per visualizzare quella sfocatura, per infilarci dentro i pertugi del crepuscolo e per godere della nostra presbiopia.


Il corso di Disegno Brutto si prefigge, tra i suoi obiettivi, di inseguire il Niente ovvero di usare il disegno per scardinare la nostra idea di realtà e di razionalità.
Al Festival Scarabocchi di Novara, domenica 22 settembre, si terrà un laboratorio dal titolo – appunto – “Disegnare il Niente”, in cui usando scarabocchi, disegno automatico, difetti o costrizioni percettive, associazioni surreali e altri trucchi per perdere la bussola, cercheremo di esplorare i territori del nostro inconscio.

Per conoscere meglio lo splendido Festival Scarabocchi, organizzato da Doppiozero, puoi leggere qui la presentazione di quest’anno.