Siamo corpi che non si toccano in questo duemilaventi dominato dal COVID19.
Usiamo i gomiti come mai prima d’ora e riflettiamo sui nostri corpi che sono isolati dagli altri.
Ci interessiamo alla spazio in-between, a quello spazio tra di noi e gli altri che deve difenderci dall’alito gocciolante delle parole. Pronunciare parole, parlare, conversare è molto più pericoloso del disegnare.
Io, modestamente, l’ho sempre pensato.

Per questo ho sempre disegnato mentre scrivevo e ho sempre scritto intorno ai disegni: perché i segni si confondessero tra loro, dato che le parole da sole mi sembrano troppo pericolose. I disegni meno, li trovo talmente lontani dal modo razionale con cui crediamo di procedere, che mi piace ascoltare ciò che hanno da dirmi. Un disegno non parla usando le parole, ma è come se andasse a rovistare in una parte alta della nostra mente, una specie di soffitta, in cui smuove i pensieri, le immagini, le sensazioni, scomponendole e ricomponendole.
Crea scompiglio, che poi per educazione chiamiamo Immaginazione.

A settembre ci sarà una nuova edizione dello Scarabocchi Festival di Novara, organizzato da Doppiozero e dalla Fondazione Circolo dei Lettori di Torino. Dato che l’edizione avrà ha che fare, per forza di cose, con il digitale, si è pensato di creare delle lezioni introduttive sul disegno come anteprima del festival.
Il tema centrale è il corpo. In quattro ce lo siamo divisi: Guido Scarabottolo, Giovanna Durì, Pietro Scarnera ed io.
A me è toccato di tutti la parte più laterale, meno in vista (a parte rari e a volta sfortunati casi), della faccia, ovvero l’orecchio.

IO NON DISEGNAVO ORECCHIE

Mi sono accorto che non disegno molti orecchi nei miei disegni. Preferisco che i miei personaggi abbiano corna, orecchie animali, nuvole di capelli, a volte capigliature animate e viventi, ma quasi mai orecchi.
E poi uso, alla toscana perché lo sono, il sostantivo “Orecchio” al maschile, non “Orecchia” al femminile. Non so se va bene, ma quando disegno le parole non contano.

In ogni caso, per preparare l’incontro. come fanno molti disegnatori seri e professionali, mi sono documentato sui disegni di orecchi.
Ne ho trovati molti con Google Images. Troppi.
Allora ho guardato come li disegnano artisti che conosco e amo, poi artisti che non conosco o che odio, poi i grandi artisti. Poi ho ripensato ai miei.

Da piccolo mi dicevano che avevo le orecchie a sventola (la denigrazione virava il sostantivo al femminile). In realtà credo fosse frutto di un’asimmetria della mia crescita: gli orecchi erano cresciuti prima del resto e la mia faccia magra e allungata sembrava fatta apposta per esaltare questi organi quasi aerei.
In Toscana era d’uso (adesso spero non più, dato il dolore provocato) dare dei “biscotti” negli orecchi, ovvero dei colpi con il dito indice, caricato come una molla sul dito pollice, così da arrossare gli orecchi più in vista.
Quando raggiunsi la – per me allora – veneranda età di dodici anni e sentendomi quindi un bambino anziano, ormai giunto agli sgoccioli della propria infanzia (e quindi dell’irrazionalità, del riso sguaiato, della comprensione gratuita dei grandi, e del loro affetto in quanto ancora “piccolo”, del fare niente, del giocare, del giocare, del giocare, del giocare…, dell’inventarmi storie, del disegnare progetti irrealizzabili, del progettare giochi irrealizzabili, dell’immaginare case, auto, vestiti altrettanto irrealizzabili e altre cose del genere, quindi un periodo fecondo e irripetibile per la mia formazione, o mal-formazione…) decisi di andare dal parrucchiere con i baffi vicino alla stazione delle FS dove andavamo di solito, per farmi fare i capelli a spazzola, cosa che mia madre trovava inadeguata ed esteticamente problematica data la sporgenza dei miei orecchi.
Anche il parrucchiere con i baffi – che come molti parrucchieri si chiamava Roberto – ebbe da ridire e quasi non voleva procedere con la rasatura, ma la mia decisione fu inamovibile e irreversibile.
Ricordo ancora l’aria fresca che finalmente poteva girarmi intorno agli orecchi e il profumo di un gel giallo che finalmente sostituì, per sempre, il profumo pungente della lacca, lo stesso che aveva mia nonna e di conseguenza la sua madia con specchio dove usava spruzzarselo. Finalmente profumavo di diverso, di moderno e usavo una poltiglia gelatinosa che era chiaramente un ritrovato recente della migliore scienza, una sostanza polimerica dalle mille potenzialità che poteva accompagnarmi verso la mia adolescenza.

DEL DISEGNARE ORECCHI

Quindi, perché disegnare orecchi?

L’udito viene considerato un senso secondario alla vista la quale, in noi esseri umani, domina la percezione. Viviamo in un mondo pieno di rumori, anzi di città altamente rumorose, in cui l’inquinamento acustico peggiora la qualità della vita. Non che in campagna le cose migliorino, perché la natura ha un suo rumore, certo più nobile, ma ben lontano da un ‘idea di silenzio. Solo il mare, con il suo poderoso muoversi, riesce a coprire morbidamente il rumore del mondo e a fornici un’esperienza sonora piacevole e rilassante.

Però, l’orecchio è soltanto uno strumento “passivo” (mi si conceda la semplificazione) di ricezione del suono. È fisso, quasi impossibile da muovere, spurga del cerume giallo e appiccicoso da pulire costantemente. È utile per appoggiarci gli occhiali, per tenere le mascherine sul viso e per appenderci degli orecchini, è anche altamente sensuale ed erogeno (ma poche ragazze sanno toccarlo in modo ammaliante) ma è scomodo da schiacciare quando dormiamo, quando dobbiamo infilarci la cuffia in piscina (dentro o fuori?!), è sconveniente parlarci dentro per non farsi sentire dagli altri e in tante altre situazioni. Usiamo degli auricolari per ascoltare meglio ciò che vogliamo ascoltare, ma l’anatomia contorta e spiraleggiante del nostro organo è molto singolare e ha conformazioni diverse da persona a persona che rendono l’ergonomia di questi aggeggi difficile da studiare.

Insomma, tutto questo popo’ di racconto l’ho scritto per mettere le mani avanti e dire che l’orecchio è una bestia difficile da rappresentare.
Pare docile, ma è sfuggente, contorto, complicato.
E non ha un’estetica così gradevole che potremmo intitolare un racconto “L’orecchio” come è accaduto al Naso o alla Mano (addirittura un film!) oppure farne un quadro da museo (non ne ricordo, ma il mio sapere è oltremodo lacunoso). Ha sempre un chè di grottesco, di surreale, di alieno che lo rende improbabile.

Eppure ci sono orecchi che hanno forme incredibili, capaci di raccontare storie fantastiche.
Ho provato già a disegnarli e studiarli per farveli disegnare giovedì 16 luglio, alle ore 19 sul canale Instagram del Circolo dei Lettori di Torino. La diretta Instagram durerà 40 minuti e resterà visibile e disponibile anche nei giorni seguenti.

Parleremo e disegneremo orecchi, tanti orecchi, come ad esempio quello di Niki Lauda, quelli di Submariner e della dea egizia  Hathor, i vostri e quelli di mia nonna, e così via.
Vi aspetto.
Se avete paura di disegnare, ricordate la prima legge fondamentale del Disegno Brutto: “Come viene, viene”.
E così sia!

 

PS: studiando le forme dell’orecchio mi sono accorto che sono marginali nella fisiognomica e non esiste una aurognomica, ma nemmeno un metodo di divinazione delle orecchie, una Aurimanzia.
Se qualcuno volesse provare a praticarla, potrebbe essere una buona idea secondo me.

0
    0
    Il tuo ordine
    Non hai ordinato nienteRitorna indietro al negozietto